«L’emozione era nata già prima dell’incontro con il Papa, sapendo della visita alla comunità parrocchiale del Sacro Cuore di Gesù a Ponte Mammolo. In quei giorni sono incominciate a rifiorire emozioni e sentimenti che avevano conquistato la mia vita».
Don Giuseppe Argento, parroco dell’Unità Pastorale “San Nicolò di Bari” di Ribera, descrive così le sue emozioni al nuovo “Giornale Momenti”, al rientro da Roma, dove ha celebrato la Messa con Sua Santità Papa Leone XIV.
«Celebrare la Messa con il Santo Padre è stata un’emozione unica, direi, anche per il fatto di vedere il Papa celebrare in quella chiesa e su quell’altare che, 25 anni fa, precisamente l’11 marzo 2001, era stato consacrato da monsignor Ferraro: un altare voluto, studiato, amato e realizzato dalla comunità parrocchiale. L’artista che ha saputo interpretare i nostri desideri è stato don Giampiero Arabia, un sacerdote che “celebrava la vita”, come testimoniano le opere da lui realizzate in tante chiese. Sobrio nella sua vita sacerdotale, ha vissuto il suo ministero con generosità. Morto improvvisamente il 23 agosto, a 54 anni. La mensa, tutta di marmo, pesa 110 kg e vedere il Papa lì, mentre celebrava l’Eucaristia, non le nascondo che l’emozione è stata grande. Sono legato a quella parrocchia come lo sono a tutte le altre dove sono stato, ma io vengo da una generazione di sacerdoti a cui è stato insegnato che, quando lasci una parrocchia, devi chiudere con essa e lasciare il nuovo parroco libero di ambientarsi e inserirsi; per cui ritornare dopo 25 anni può immaginare l’emozione. Nel concelebrare la Messa non mi sono sentito solo, ma sostenuto dalla comunità di Ribera. Sapevo che in molti stavano seguendo la celebrazione e anche questo ha contribuito all’emozione e al raccoglimento. Sapevo anche che tanti altri, nei paesi dove sono stato — Siculiana, Raffadali, Canicattì, Joppolo, il mio paese — stavano seguendo la celebrazione, e mi sono sentito parte viva: ho sentito forte la vicinanza di tutte queste persone che, con me, in quel momento — loro alla televisione e io in presenza — stavamo celebrando l’Eucaristia. Ho portato tutti all’altare: tutte le persone che ho incontrato in questi anni di sacerdozio, anche coloro che non sono più con noi, che sicuramente avranno gioito dal cielo».
La comunità di Ponte Mammolo ha una lunga tradizione di collaborazione con l’Arcidiocesi di Agrigento: come ha visto evolversi questo legame nel tempo e che frutti ha portato?
«La collaborazione con la parrocchia del Sacro Cuore di Gesù a Ponte Mammolo è stata voluta da Sua Eccellenza monsignor Carmelo Ferraro — allora Papa era Giovanni Paolo II — prima di tutto per fare un regalo al Santo Padre; poi c’era il desiderio, che abbiamo realizzato, di fare in modo che i sacerdoti che venivano a Roma a studiare vivessero un’esperienza di vita comunitaria. Sono stati tanti i sacerdoti che sono passati dalla parrocchia, tra cui anche il Vicario di Sua Santità, Sua Eminenza il cardinale Baldo Reina. Cosa abbiamo fatto lì a Roma? La cosa bella è che ogni sacerdote che arrivava portava la propria esperienza, la propria ricchezza e, dal momento che si trattava in gran parte di sacerdoti giovani, portavano anche la loro freschezza: avevamo una bellissima comunità, con tanti, tanti ragazzi. Si organizzavano molte attività: campi scuola, uscite e momenti di formazione. C’era un continuo viavai di giovani e di gente. Era tutto incredibile. Già nel 1999 ci stavamo preparando per l’Anno Santo del 2000; nel 2001 abbiamo voluto fare una cosa bella: la ristrutturazione della chiesa interna, così come la vedete oggi, con questi bellissimi marmi, con l’altare, l’ambone, il fonte battesimale e il luogo del cero pasquale, tutto in mosaico. Infatti questi mosaici hanno un tema particolare: “Fiumi di acqua viva sgorgheranno” (Gv 7,38). Tutto nasce da quella Croce davanti all’altare, con i quattro fiumi che girano attorno: da una parte c’è la Gerusalemme celeste, dall’altra la Gerusalemme terrestre, e dietro c’è un riquadro che contiene le reliquie dei martiri. Lo stesso tema dell’acqua scende nel quadro dell’ambone e attorno al fonte battesimale. C’è da precisare che l’ambone è stato offerto dai circa 2000 giovani che, per l’Anno Santo, sono stati accolti nella parrocchia del Sacro Cuore; e oggi rivivere quei momenti bellissimi, di tutti quei giovani e quei sacerdoti che sono venuti in parrocchia, è un’emozione grande. I giovani dormivano nei corridoi e anche in chiesa, perché non c’erano posti nelle scuole; i sacerdoti erano alloggiati pure là con noi. Il vescovo Ferraro ha mostrato la sua grande paternità: mi ricordo che apparecchiava la tavola e sparecchiava, dicendoci: “Voi andate a riposare, ci penso io, non vi preoccupate”. Emozioni bellissime e fortissime. Cosa abbiamo realizzato in quegli anni, che ancora oggi resiste dopo 25 anni? In quei giorni, impegnati nel rifare la chiesa e, in maniera particolare, nel costruire l’altare, abbiamo pensato insieme, con il consiglio pastorale, che non poteva bastare il solo costruire l’altare di pietra, ma dovevamo realizzare anche un altro altare: quello per i poveri. E allora, sempre in quell’occasione, nel 2001 abbiamo realizzato 20 docce, dove ogni sabato venivano — e vengono — i fratelli che vivono per strada, dormono sotto i ponti o sulle sponde del fiume Aniene. Vengono accolti dalla Comunità Sant’Egidio, che ancora presta questo prezioso servizio. Questi fratelli e sorelle entrano in un modo ed escono irriconoscibili, perché vengono accuditi con grande dignità e rigenerati, sia esteriormente sia spiritualmente. Sempre in quel periodo nasce la scuola per imparare l’italiano. Un’altra realizzazione, che quest’anno compie 25 anni, è stata la casa di accoglienza per le ragazze di strada e per le ragazze madri, seguita con amore e tanta cura da una comunità di suore. Un legame che non si è fermato solo a Roma: la parrocchia ha voluto vivere anche l’esperienza della missione in Africa. In quel periodo, come diocesi agrigentina, avevamo una parrocchia, Ismani, in Africa, nella diocesi di Iringa. Abbiamo costituito un gruppo missionario che si occupava delle adozioni a distanza e, in quel periodo, mi ricordo che erano davvero tante: superavano sicuramente le 40. Questo ha fatto sì che, nel periodo in cui mi trovavo a Roma, siamo stati con un gruppo di parrocchiani ben quattro volte in Africa, dove abbiamo incontrato don Angelo Burgio, il grande missionario, collaborato anche da altri sacerdoti. Anche questa esperienza, vissuta dalla comunità parrocchiale in Africa, ha ulteriormente arricchito la parrocchia e aperto nuovi orizzonti alla missionarietà».
Durante l’omelia, il Papa ha detto che “Dio non può essere arruolato dalle tenebre”: come interpreta questo messaggio nel contesto attuale segnato da guerre e divisioni?
«Ho ascoltato con attenzione l’omelia del Santo Padre: mi ha colpito quando ha detto che Dio non può essere arruolato dalle tenebre. A dire la verità, più di una volta, anche a Ribera ho parlato di questo stesso concetto. Sono stato forse anche più forte nel mio linguaggio e ho detto che la guerra viene da Satana e che chi porta guerra è seguace di Satana. Per cui condivido pienamente il messaggio del Papa sulla guerra e su questo tentativo, a tutti i costi, di giustificarla tirando in causa Dio. Ma noi sappiamo che Dio non vuole la guerra: Egli vuole la pace. È il messaggio pasquale che il Signore ci dà quando entra nel Cenacolo: la prima cosa che dice è “Pace a voi” (Gv 20,19)».
Quali aspetti della vita pastorale della parrocchia romana l’hanno colpita maggiormente durante questa visita e quali iniziative si potrebbero “copiare” presso la Parrocchia della Chiesa Madre di Ribera?
«Quali iniziative si potrebbero portare nella nostra città? Anche noi abbiamo le adozioni in Africa e, come parrocchia Matrice, stiamo aiutando la costruzione di una chiesa: abbiamo già realizzato il tetto, le vetrate e i banchi. Si potrebbero fare tante altre cose. Lì abbiamo realizzato tutto perché c’erano collaboratori. Le cose nascono quando c’è gente che dice: “ci metto le braccia, ci metto la faccia”. Noi qui a Ribera abbiamo la Caritas, le docce, il pasto caldo, la San Vincenzo, il CAV, l’oratorio cittadino “Carlo Acutis”, dove accogliamo ragazzi anche di altre religioni, il centro di ascolto e orientamento contro le dipendenze “Casa dei Giovani”. Molti si sono avvicinati a questa struttura e possiamo dire che alcuni sono usciti dalla droga; altri sono in fase di guarigione».
Che eredità concreta pensa che questa visita pastorale lascerà alla comunità di Ponte Mammolo e ai sacerdoti che, come lei, hanno condiviso questa esperienza?
«Quale eredità concreta? Secondo me, quando il Papa va in una parrocchia, non bisogna dimenticare che il Papa è il dolce Cristo in terra, come diceva Santa Caterina. Sicuramente la sua visita ha lasciato nel cuore di tutti una presa di coscienza ancora maggiore: essere lievito che fermenta la massa, sale che dà sapore. La comunità di Ponte Mammolo è stata benedetta e arricchita da questa visita e lo sarà ancora di più. Parlando con i miei ex parrocchiani, ho visto entusiasmo, gioia e una grande voglia di riprendere con più forza il cammino. Ho visto con i miei occhi una cosa bellissima: tutti i giovani collaboratori che avevo quando ero a Roma oggi mi hanno presentato i loro figli — quindicenni, sedicenni, diciottenni — che sono i nuovi animatori delle attività parrocchiali. Non potevo avere soddisfazione più grande: vedere come il seme gettato continua a crescere. Penso che l’esperienza che ho vissuto non sia solo per me, ma anche per la comunità di Ribera, perché non sono andato da solo: mi sentivo sostenuto e incoraggiato. Sono convinto che questa visita porterà frutti anche alla nostra comunità. Ho portato con me una lettera scritta dai ragazzi al Santo Padre, con due foto: una dell’oratorio e una dei ragazzi del catechismo. Il Santo Padre si è fermato a leggere la lettera e mi ha detto, sorridendo: “ma i tuoi ragazzi non chiedono una cosa, ma due!”. Poi, guardando la foto: “ma quanti sono! Ben volentieri do la mia benedizione a tutti questi giovanotti!”. Gli ho chiesto anche di firmare la lettera e, visto che c’erano due gruppi, gli ho detto: “Santità, mi deve fare due firme…”. E lui ha sorriso: “con vero piacere”. Quando mi sono presentato, ho detto che sono parroco a Ribera, città delle arance, e ho chiesto preghiere e benedizione per la nostra città. Ecco perché sono convinto che questo incontro porterà frutti di conversione. Per me è stata un’esperienza straordinaria: mi ha dato più forza e più desiderio di portare avanti il Regno di Dio, con la certezza sempre più grande che è il Signore a guidare la mia vita».
