«Io sono entrato in Seminario per caso. Provengo da una famiglia molto religiosa e ho trascorso la mia infanzia sempre all’ombra del campanile, con una grande Parroco, Mons. Vincenzo Restivo e i vari Viceparroci che si sono avvicendati. Ho fatto tutta la trafila dei vari gruppi dell’Azione Cattolica e già a nove anni ero “aspirante”».

Comincia così la sua intervista con il nuovo “Giornale Momenti” don Antonio Nuara, rettore della Chiesa di San Pellegrino a Ribera.

 

Don Antonio, può raccontarci quando e come è nata la sua vocazione?

 

«Ricordo che in un incontro il vescovo ausiliare S. E. Mons. Francesco Fasola, vedendomi presente, avendo nove anni, mi disse sorridendo: “ma tu sei un abusivo”. Ma l’idea di entrare in Seminario non l’avevo. Nei primi di ottobre del 1956, mi vide la mia mia catechista che mi disse: “sai, il tuo amico A. S. se n’è tornato dal Seminario, perché piangeva e voleva la mamma. Ci vuoi andare tu”? Ho detto di sì e sono entrato nel Seminario Minore di Favara. Negli anni di Teologia il Rettore mi affidò l’incarico di redigere la rivista mensile del Seminario “Verso la Meta”. Subito ho comprato alcuni libri che aiutavano a realizzare una rivista. Ne venne fuori un lavoro snello e dinamico che, con i titoli, le foto e lo scritto lo rendevano interessante e appetibile. Al quarto anno, a tutti i miei colleghi ho chiesto di dare una testimonianza sulla loro vocazione. Alla mia ho dato questo titolo: “Entrato per caso, non sono diventato prete per caso”. Ma la scelta l’ho maturata negli anni di liceo»

 

Che cosa significano tutti questi anni di sacerdozio?

 

«Sono 56 anni che sono prete e sono felice di esserlo. Guardando indietro negli anni, pur con i miei limiti, credo di aver vissuto una grande “storia della Salvezza”, per le cose che Dio mi ha fatto e per quelle che mi ha dato la possibilità di fare. Devo dire sempre grazie. Sono stato Viceparroco per due anni e mezzo a Siculiana e a ventisette anni, nominato parroco a Montallegro. Dall’ottobre del duemiladue, parroco a Ribera nella Parrocchia di San Domenico Savio-San Francesco prima e dell’Immacolata di Via Roma dopo. E da quattro anni sono a San Pellegrino come Rettore. Date queste coordinate, preciso, anzitutto, che la prima mia azione fatta in ogni paese, è stato il cambio della residenza, perché dove sono stato, quella doveva essere la “mia” gente e la mia famiglia, condividendone la vita in tutti i suoi aspetti. Non mi piaceva il sentirmi dire: “lei è forestiero”. Non ho mai concepito il prete che sta solo in chiesa, ma uno che anche vive con la sua gente, condividendone le gioie e i dolori, le fatiche e le speranze (“Gaudium et Spes” del Concilio Vaticano II). Dovunque sono andato, ho avuto come obiettivo di far diventare la Parrocchia come una grande famiglia. Sono stato fratello di tutti, pastore e guida. Ho rispettato tutti e le loro idee, ma sono stato sempre geloso della mia libertà, mai ho fatto compromessi con qualcuno e ho sempre difeso la “mia” gente, anche contro le “Autorità. E la mia disponibilità è stata sempre per tutti, soprattutto per i giovani, i più fragili o che non hanno voce. L’avevo giurato a Dio nel momento in cui venivo consacrato Sacerdote. Ho costruito molto».

 

Ci faccia qualche esempio…

 

«Due chiese, i locali parrocchiali, una canonica, e, soprattutto l’Oratorio, alla Don Bosco, per i ragazzi e i giovani. Non sono stato mai solo. Sono stato anche l’artefice della costruzione della nuova sede della Scuola Media, della Caserma dei Carabinieri, ho guidato lo sciopero per avere la Guardia Medica in paese, vestito con tonaca, cotta e berretta (alla Don Camillo), comiziando anche dal balcone del Municipio e ho collaborato in modo determinante nella realizzazione del Museo della Civiltà Contadina. Ho anche insegnato alla Scuola Media, al Magistrale “Crispi” di Ribera e alla Scuola di Teologia per laici della Diocesi. Ho avuto anche il tempo per pubblicare ben tre raccolte di mille Proverbi e Detti siciliani ciascuno, con traduzione e commento, insieme a Giuseppe Tamburello, riberese trapiantato a Milano. Ho avuto anche il tempo di comporre diverse poesie, raccolte in un opuscolo dal titolo “Dentro a un Cappello”. Ho condotto anche parecchie battaglie sociali».

 

Quali?

 

«Penso alle Case Popolari di Largo Martiri di Via Fani. E ricordo che in quell’occasione, qualcuno mi accusò a l’allora Arcivescovo Mons. Francesco Montenegro, che un giorno mi sono visto arrivare in moto e casco in Parrocchia. Prima di salutarmi mi disse: “Ma che combini”? Gli risposi: “Venga e veda”. Lo portai a vedere le case e ad ogni passo sgranava gli occhi, vedendo i ferri dei pilastri scoppiati. Poi gli ho fatto visitare l’appartamento di una famiglia. Entrando nella stanza da letto, si accorse che il tramezzo ballava e mi chiese: “perché balla?”’. Gli risposi: “Perché il pavimento rischia di crollare”. Mi disse subito: “Usciamo” e poi, congedandosi, mi incoraggiò dicendomi: “vai avanti”. Ho lottato per l’Ospedale che era destinato ad essere chiuso, facendo sobbalzare dalla poltrona l’allora Assessore alla Sanità Roberto Lagalla. E poi le case di via Tevere con lo spaccio di droga presente in quel luogo e anche in vari posti di Ribera. Ho inviato ai ragazzi del Politecnico di Milano, venuti a Ribera per progettare la riqualificazione di alcune zone del territorio, compresa anche la piazzetta di Sant’Antonino, una mia proposta con tanto di misure e di disegni. Ho più volte sollecitato la riscoperta della sorgente di Santa Rosalia. Ho collaborato con Don Giuseppe Argento per aprire un Centro di Accoglienza».

 

La sua presenza sui social è molto attiva su Facebook e talvolta suscita dibattito. Come concilia l’uso dei social con il messaggio spirituale della chiesa?

 

«Mi sono ispirato a Don Alberione, fondatore dei Paolini e delle Paoline. Tutti i mezzi di comunicazione sono utili, se saputi usare, soprattutto per evangelizzare. A Montallegro avevo anche il cinema parrocchiale, ho usato migliaia di diapositive, dischi, ciclostile…, soprattutto nell’insegnamento e nella formazione dei gruppi. A Montallegro nella Parrocchia erano presenti ben diciotto gruppi, compresi gli Animatori dell’Oratorio e i vari Comitati di Festa ed era mio impegno curarne la formazione. Il cellulare per me è diventato un secondo Ambone. Dal primo proclamo la Parola di Dio nelle celebrazioni e con il secondo, oltre ad affrontare tematiche religiose ed etiche, ho cercato di manifestare la mia presenza e la mia vicinanza nella Comunità. Ho fatto anche sorridere tutto il mondo, divenendone famoso, quando durante il Covid, oltre alle telefonate che facevo ogni giorno alle varie famiglie e alla celebrazione della Messa che trasmettevo, ho pensato di creare una rubrica quotidiana, sempre con la stessa motivazione. E facendo esperienza sul campo ho imparato a usare il cellulare. E un giorno, pigiando un tastierino, sono diventato anche “Mago Merlino”, con tanto di cappello, baffi e barba: ho fatto sorridere in quei giorni di tristezza e di solitudine tutto il mondo. Ricordo che quando per la prima volta ho incontrato il nostro Arcivescovo, presentandomi e dicendogli il mio cognome, di rimando, sorridendo mi disse: “Mago Merlino”. Ho avuto anche un’altra motivazione. Ho pensato: Facebook è diventato il pollaio dove ognuno esprime quello che vuole e come vuole, anche usando parole sconnesse, piene di livore, scurrili o offensive: perché, mi sono detto, non mi inserisco per aiutare a capire che poteva essere un mezzo positivo per esprimere il pensiero cristiano, soprattutto per i problemi sociali presenti nel territorio? E da lì è partita la mia esperienza. Almeno si sappia che ci sia “qualcuno” che parla di cose positive, del bene, della giustizia e della fraternità, ispirandosi sempre al Vangelo. Certo non tutti concordano con quanto io scrivo, ma sono in molti che condividono, anche se a volte non si espongono. Ma quando mi incontrano, mi fanno un sorriso alzando il pollice».

 

Come sacerdote, come interpreta la sfida di portare i giovani a riscoprire la fede nella Ribera di oggi?

 

«Il “problema giovani” non è solo a Ribera, ma è diffuso in tutta Italia e in tante parti delle altre nazioni. C’è una scristianizzazione in atto con modelli di vita che di etico hanno ben poco. E le prime vittime sono proprio i ragazzi e i giovani. Io ho sempre creduto e credo nei giovani. Il mio slogan è “I ragazzi e i giovani non sono un problema, ma una risorsa. Diventano un problema, quando non valorizziamo la loro risorsa”. L’Oratorio alla Don Bosco con i linguaggi di oggi, credo sia una delle proposte più valide per avvicinarli: essi devono poter respirare aria di Chiesa, soprattutto con una proposta di vita seria, cominciando dallo sport. Il problema grosso è fare occupare loro il tempo libero in maniera positiva. Nella mia esperienza l’Oratorio è stata sempre la carta vincente. Ma io ho creduto e scommesso sui giovani. Certamente ci vogliono i collaboratori, che non mancano, se trovano le porte aperte. E respirando aria di chiesa, si entra in chiesa. Personalmente non mai detto a un ragazzo o a un giovane: “Se non vieni a Messa, niente Oratorio”. Al contrario: “Vieni all’Oratorio”.  E poi me li ritrovavo tutti in chiesa. Deve cambiare l’approccio pastorale.  Oggi sembra di avere una Chiesa autoreferenziale: essa si parla ed essa si ascolta, dimenticando che il mondo è cambiato e con esso i modi dell’esser ed operare. Negli ultimi anni nei Piani pastorali della nostra Diocesi quella per i giovani è stata liquidata con due righe.  Come anche i nuovi “complessi” parrocchiali non sono pensati con gli spazi per i giovani».

 

Lei ha espresso pubblicamente opinioni forti sul decoro liturgico e l’abbigliamento in chiesa. Qual è il messaggio centrale che desidera trasmettere ai fedeli con queste prese di posizione?

 

«Parto dalla seconda parte. La Chiesa è un luogo sacro di culto, perciò devo vestirmi adeguatamente per rispettarne questa sacralità. Quando si entra in chiesa quasi nude con un decolletè che fa vedere tutto, non ci siamo: non è il luogo appropriato. In altri contesti ci sono altri protocolli da rispettare. Certamente una sposa svestita in una moschea non entrerebbe mai. Come in spiaggia sarebbe assurdo non indossare un costume da bagno. Ci tengo però a precisare che non sono un bigotto o un misogino. il nudo femminile mi piace, ma in un quadro, in un’opera d’arte. Personalmente ho portato i miei parrocchiani a Firenze a visitare la Galleria degli uffizi. Appena si entra, il primo quadro che ti si presenta è la Venere nuda dl Botticelli. Come anche li ho portati a Cefalù a visitare le opere di Guttuso, esposte a Villa Cattolica dove ci sono tutti i nudi della donna che amava esposti. Perciò non bigottismo, ma buon gusto. Riguardo al decoro liturgico, devo purtroppo, parlare di deriva. La formazione e il gusto dei preti, ahimè, lascia a desiderare molto».

 

E sulla Liturgia cosa può dirci?

 

«Una materia che si studia nella Liturgia è la Teologia dei Segni, come anche la Composizione dell’Assemblea con i suoi Spazi celebrativi. Non si può lasciare all’estro di questo o quel singolo prete organizzare la Liturgia come gli pare e piace, ma ci sono delle regole e soprattutto ci vuole gusto. L’altare e L’Ambone, soprattutto non possono essere ricettacoli di tutto e di più. E ogni celebrazione deve essere ben preparata. Da alcuni anni ho tra le mani un testo dal titolo “Ars Celebrandi” – L’arte del Celebrare -. È l’arte si impara studiando. È assurdo vedere il prete che va ballando in chiesa come un forsennato, o celebri su un canotto in spiaggia o che indossi una casula arlecchino o con le immagini di tutti i santi del Paradiso. O nei matrimoni far portare gli anelli degli sposi a un cagnolino. Come anche è importante la partecipazione attiva dei fedeli. Non si va per fare le belle statuine o le comparse, perché è tutta la Comunità che celebra, presieduta dal Presbitero consacrato. Perciò la partecipazione deve essere attiva e corale, ognuno con il suo compito».

 

Lei spesso si è espresso su temi civici come la sicurezza, la pulizia urbana e la salute pubblica (ospedale, Orfanotrofio, ecc.) In che modo vede il ruolo della Chiesa nel promuovere il bene comune?

 

«Anzitutto rivendico alla Chiesa il diritto di essere parte viva ed integrante del tessuto sociale di una Comunità, dove oltre il 90% sono credenti e battezzati. Perciò non può e non deve estraniarsi da quelle che sono le problematiche del territorio.  La Chiesa ha avuto sempre una su Dottrina Sociale. Ho espresso un parere critico su l’Orfanotrofio e anche sull’Istituto delle Suore di Sant’Anna. Non parto, tuttavia, da un problema semplicemente legale, perché su questo campo chi ne ha il possesso ha il diritto di poterlo alienare. Me io pongo il problema da un punto di vista evangelico. I due Istituti sono sorti con una finalità ben precisa: essere vicini ai poveri e aiutare i ragazzi e le ragazze. È il carisma dei Fondatori. Pertanto, ritengo che, quando un Istituto non si può più gestirlo, si debba passare il testimone a chi potrà farlo e sempre nello spirito del carisma del Fondatore o della Fondatrice. Prima il problema sociale era ricoverare le orfane di guerra o educare la gioventù. Ora esistono altre forme di povertà e queste devono essere attenzionate.  E siamo sempre nello spirito del carisma dei Fondatori. Tra l’altro per la realizzazione dell’Orfanotrofio e della residenza estiva di Seccagrande c’è stato il grosso contributo degli emigrati riberesi all’estero. Significherebbe anche tradire la loro volontà».

 

Le problematiche come lo spaccio di droga e l’immigrazione sono stati argomento dei suoi ultimi interventi. Come si può mobilitare una comunità cristiana per affrontare fenomeni così gravi?

 

«Sono due fenomeni che, in parte, diventano l’uno conseguenza dell’altro. È risaputo che l’Italia ha bisogno di manodopera. Ma il reclutamento non può non avere delle regole che guidino e regolamentino i flussi. Se servono cento operai e ne arrivano duecento, la metà resta fuori. Ed è difficile poterli integrare. Allora, dovendo sbarcare il lunario e non potendolo fare in maniera legale sono costretti a farlo in maniera illegale, divenendo spesso anche schiavi del caporalato o lavorando in nero, senza diritti e previdenza, oppure entrare nel giro della illegalità, di cui lo spaccio ne è la forma più evidente. L’Italia non può assorbire tutti quelli che arrivano. Tutte le nostre periferie scoppiano e sono come delle bombe ad orologeria. È anche risaputo che l’immigrazione è nelle mani di trafficanti disumani che estorcono loro soldi, facendoli sognare che in Italia troveranno il paese di bengodi, li imbarcano su barchini costruiti in serie, o su carrette, col rischio sempre più attuale di finire ingoiati dal Mare Mediterraneo, divenuto la tomba di tanti di loro. Le stesse Ong, capita che giochino sporco. Ma è la verità anche se amara. Per molte donne, allora la strada imposta diventa la prostituzione e per gli altri lo spaccio, i furti e le rapine in combutta con la delinquenza locale. Ribera ha avuto due momenti di flussi migratori: il primo intorno agli anni ‘70 e il secondo all’inizio del terzo millennio. Mentre il primo si è ben integrato con il tessuto sociale del territorio; il secondo, complessivamente no. A Ribera non esiste nemmeno un luogo ove potere ospitare qualcuno che sia di passaggio o gli stagionali che vi si fermano per qualche mese e che trovano rifugio nelle case abbandonate o in luoghi di fortuna. Riguardo alla Comunità dei riberesi l’attenzione verso gli emigrati c’è per alcuni aspetti, si pensi alla Caritas, alla San Vincenzo e al Cav, ma il problema è grosso è va affrontato in maniera più vasta. In alcuni quartieri, ormai la sera c’è il coprifuoco e determinati luoghi di ritrovo dei cittadini sono divenuti impraticabili (vedi la Piazza e la Villa comunale)».

 

Ha recentemente sottolineato la crisi dell’agricoltura locale. Quale messaggio spirituale e culturale ritiene importante per i lavoratori e le famiglie di Ribera?

 

«L’agricoltura è l’asse portante di tutta l’economia di Ribera e dell’hinterland. Come per gli agricoltori, mi sarei anche interessato anche di altre categorie. Ma questa è in questo momento quella che sta vivendo ore di grande angoscia. E la responsabilità è tutta della politica. Siamo nel paese delle incongruenze. Abbiamo il fiume Sosio-Verdura, il Magazzolo e il Platani che scaricano centinaia di milioni di mc d’acqua a mare. Mentre se ne riesce ad immagazzinare una decima parte. Le infrastrutture sono tutte obsolete. Non si sono fatte e non si fanno quelle opere che potrebbero immagazzinare il doppio dell’acqua di quella che si potrebbe. E dopo che si è immagazzinata, per le condotte fatiscenti che scoppiano ogni volta che vi si si immette l’acqua, l’irrigazione non soddisfa il bisogno. Il Consorzio sembra non esistere. Tranne che per fare pagare bollette anche di decenni fa, condizionando gli agricoltori che senza il pagamento, non avrebbero avuto l’acqua. Perché la mia vicinanza agli agricoltori, cui si è aggiunta anche quella di Padre Pasquale Della Corte? Per il discorso della vicinanza, fatto precedentemente. Inoltre sono addentrato nella problematica del mondo agricolo perché per oltre un ventennio sono stato Assistente Ecclesiastico della Coldiretti, dove ho potuto conoscere molto da vicino il loro mondo, arricchito anche dai corsi annuali di formazione che ci venivano fatti a Roma. Da un punto di vista spirituale sono loro vicino perché “non di solo pane vive l’uomo, ma anche di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”. E quando si ha fede, si guarda alla vita con speranza e fiducia».

 

Ha promosso iniziative come l raccolta di abiti da sposa per chi non può permetterseli. Qual è la visione umana e cristiana dietro questa azione?

 

«Basta leggere il capitolo 25, versetti 37-41 del Vangelo di Matteo per comprenderlo. Nel Giudizio finale saremo tutti giudicati. “Gesù porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sua sinistra” e così farà di noi. Ecco su che cosa si basa il suo giudizio: “Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito?  E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti?  Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me”. La solidarietà nel Vangelo è fondamentale. Ignorarata, vuol dire uscire dalla sua visione. A proposito degli abiti da sposa, ho la gioia di comunicare che la risposta è stata generosa  e abbondante: ben 180 abiti e molti con l’etichetta, hanno raggiunto una Comunità Caritativa di Catania; Ismani in Tanzania, dove la nostra Diocesi ha creato una grande Comunità di cristiani, che ha avuto come grande animatore Don Saverio Catanzaro di Menfi; Il Madagascar dove opera un mio compagno di infanzia, Don Rosario Vella salesiano,  Vescovo Missionario; il Congo, dove è Direttore delle Missioni un mio coetaneo di Seminario: Padre Di Vincenzo Traspadano».

 

Che ruolo profetico può avere un sacerdote come voce critica e profetica rispetto i problemi sociali?

 

«Rispondo con l’incipit dell’opuscoletto che ho scritto a proposito delle elezioni amministrative precedenti: “Per amore del mio popolo non tacerò”, preso dal libro del Profeta Isaia (cap. 62, v. 1). Da questo nasce la visione “critica” della realtà che si va vivendo e di quello che è il modo di chi amministra un paese, una Provincia, Una Regione. Una voce disinteressata, fedele a Dio e all’uomo.

 

Come si può educare i giovani alla responsabilità civica e all’impegno sociale, partendo dalla fede?

 

«Capovolgerei la domanda: creando spazi adatti a loro, accogliendoli, coinvolgendoli, motivandoli e poi formandoli. L’evangelizzazione per l’evangelizzazione senza i loro linguaggi per i giovani è un approccio piuttosto che difficile».