Con la direzione di Matteo Orlando, il “Giornale Momenti” che avete tra le mani, si propone come un laboratorio di giornalismo costruttivo, dove l’informazione non è solo racconto dei fatti, ma responsabilità culturale, servizio civile e, in ultima analisi, atto morale. Leggiamo cosa ha da dirci il neo direttore.

Matteo Orlando, da cronista nazionale e fondatore di testate digitali a direttore di un settimanale locale. Perché questa scelta?

Perché credo profondamente nel valore del giornalismo di prossimità. I grandi temi globali sono importanti, ma è nei territori che si gioca la qualità reale della democrazia. Dirigere un settimanale come il Giornale Momenti significa poter raccontare la vita concreta delle persone, dare voce a chi spesso non ne ha, costruire un’informazione che non si limiti a denunciare ma che sappia anche proporre.

Cosa rappresenterà per lei e i lettori il “Giornale Momenti”?

Una palestra di cittadinanza. Un luogo in cui l’informazione non è solo cronaca, ma servizio alla societas, come ho cercato di scrivere anche nel mio libro “Polis” (pubblicato dalla casa editrice svizzera Flamingo di Lugano). La libertà di espressione non è un diritto astratto: è un dovere civico, una responsabilità morale.

Lei ha spesso parlato di “giornalismo costruttivo”. Come lo si può declinare nella pratica?

Il giornalismo costruttivo non è buonismo, né propaganda positiva. È un giornalismo che parte dai problemi ma cerca anche soluzioni, buone pratiche, esempi virtuosi. Non si limita a raccontare ciò che non va, ma prova a indicare ciò che può andare meglio. È un’informazione che non alimenta solo indignazione, ma anche speranza.

Quali saranno le priorità editoriali del “Giornale Momenti”?

Tre parole: verità, comunità, futuro. Verità, perché senza verità il giornalismo diventa manipolazione. Comunità, perché un giornale locale deve rafforzare i legami sociali. Futuro, perché dobbiamo parlare soprattutto ai giovani, offrendo strumenti critici e non slogan.

Lei è anche docente IRC, studioso di mafie e di demonologia cattolica. Come convivono questi ambiti con la direzione di un giornale?

Convivono molto bene, perché hanno un filo comune: la ricerca del senso. Studiare le mafie significa interrogarsi sul male sociale; studiare la demonologia significa interrogarsi sul male spirituale. In entrambi i casi, il giornalismo ha il compito di smascherare le menzogne e di difendere la dignità umana.

In una sua intervista lei ha detto che il principale problema dell’umanità è “non conoscere l’amore Trinitario”. Come si traduce questa visione nel fare informazione?

Significa mettere sempre la persona al centro. Non ridurla a numero, a caso di cronaca, a target pubblicitario. Ogni essere umano ha una dignità trascendente. Anche quando raccontiamo fatti duri – criminalità, povertà, conflitti – dobbiamo ricordare che stiamo parlando di persone, non di statistiche.

Lei è molto critico verso il mainstream informativo. Perché?

Perché spesso è omologato, ideologico, selettivo. Non sempre mente apertamente, ma sceglie cosa raccontare e cosa tacere. Il vero pluralismo non è invitare voci diverse in uno studio televisivo: è garantire realmente la libertà di pensiero, anche quando è scomoda.

Che ruolo avranno fede e identità cristiana nel “Giornale Momenti”?

Non faremo un giornale confessionale, ma nemmeno un giornale laicista. La nostra identità culturale è cristiana e sarebbe ipocrita negarlo. Questo non significa imporre una visione, ma riconoscere le nostre radici e dialogare con tutti, senza complessi di inferiorità.

Lei ha come motto “Cristo vince, Cristo regna, Cristo impera”. Non teme che sia percepito come troppo radicale per un direttore di giornale?

È radicale nel senso etimologico: va alla radice. Non chiedo a nessuno di condividerlo, ma per me è una bussola esistenziale. Un direttore senza bussola è pericoloso: rischia di seguire solo il vento del consenso.

Il territorio di Ribera e dell’agrigentino che spazio avrà?

Centrale. Racconteremo agricoltura, scuola, associazionismo, parrocchie, sport dilettantistico, problemi ambientali, disagio giovanile. Ma anche eccellenze, storie positive, talenti locali. Il giornale deve essere uno specchio fedele della comunità.

In un’epoca di social e informazione istantanea, ha ancora senso un settimanale cartaceo?

Più che mai. Il settimanale non compete con la velocità, ma con la profondità. Offre contesto, analisi, memoria. È un antidoto alla superficialità digitale.

Se dovesse definire in una frase il suo progetto editoriale?

Un giornale libero, radicato nel territorio, capace di denunciare il male ma anche di raccontare il bene, senza paura della verità e senza odio per nessuno.

Qual è il suo sogno per il “Giornale Momenti”?

Che diventi una voce credibile, rispettata, formativa. Non solo letta, ma utile. Un giornale che aiuti le persone a capire il mondo e, se possibile, a migliorarlo un po’.

E il suo sogno personale, come uomo prima ancora che come direttore?

Resta quello che ho già detto in recenti interviste: essere accolto almeno in Purgatorio. Tutto il resto – libri, incarichi, ruoli – passa. La salvezza dell’anima, no.